Radiation warning sign in front of Duga, a Soviet over-the-horizon (OTH) radar system as part of the Sovietic anti-ballistic missile early-warning network, Chernobyl
 

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FOCUS
Il risveglio del reattore nella centrale del terrore
 

35 anni dopo l’incubo nucleare, un articolo su Science lancia l'allarme

 
 
 

Le reazioni di fissione nel reattore numero 4 della Centrale nucleare di Chernobyl sono riprese. La notizia, ribattuta da tutti i media del mondo, ha ...

 
 

 

mercoledì 2 giugno 2021

 

 

Le reazioni di fissione nel reattore numero 4 della Centrale nucleare di Chernobyl sono riprese. La notizia, ribattuta da tutti i media del mondo, ha fatto il giro del pianeta e la paura, a 35 anni dal giorno della catastrofe, è tornata. L’allarme è stato lanciato dalla squadra di scienziati ucraini che monitorano la situazione del sito ed è comparsa sulla rivista scientifica Science. E’ opportuno ricordare la genesi della catastrofe per capire la situazione odierna: all’1.23 del 26 aprile 1986 un esplosione nella Centrale di Chernobyl, fiore all’occhiello del regime comunista sovietico, nel nord dell’Ucraina, rilascia in atmosfera enormi quantità di polveri radioattive e contamina l’Europa. È il più grande incidente nucleare della storia: la potenza generata dalla deflagrazione equivale infatti a 500 atomiche, come quella sganciata su Hiroshima.

L’incidente avviene durante un test di sicurezza effettuato in violazione delle procedure e degli standard allora richiesti ed è causato, oramai è risaputo, sia da errori tecnici e sia, soprattutto, da carenze strutturali mai ammesse dal regime comunista di allora. Solo due mesi sono trascorsi infatti dalla celebrazione del XXVII Congresso del Partito Comunista che ha ribadito la necessità di un’accelerazione nel settore energetico in risposta alla crisi economica e al gap con le economie occidentali. Tutto viene quindi insabbiato e le conseguenze del disastro sminuite.

Gli anni a seguire danno solo un’idea, seppur parziale, delle ricadute in termini di salute e vite umane che le popolazioni di Ucraina, Bielorussia, Russia e di molti altri Stati fino all’Europa occidentale e alla Germania, e in minima parte anche all’Italia, furono costretti a subire. Con un numero mai precisato di decessi e un incremento vertiginoso di tumori alla tiroide, soprattutto fra i bambini, causato dalle radiazioni.

Sono 35 gli anni trascorsi e, nonostante i grandi cambiamenti politici e sociali che sconvolsero quell’area geografica, la spinosa questione non è stata risolta mai del tutto. Il materiale radioattivo non è mai stato rimosso e le radiazioni, nonostante due “sarcofaghi” costruiti a copertura di quel che resta del rettore numero 4, con il contributo della comunità internazionale e della Bers – Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, e a spese di centinaia di vite umane, non hanno mai smesso di propagarsi nell’ambiente circostante, provocando ulteriori lutti.

Il solo ricordo di quel reattore, oggi ricoperto da un gigantesco arco d’acciaio alto 108 metri e lungo 162, il nuovo “sarcofago”, ha fatto tremare i polsi alla comunità scientifica.

In un servizio pubblicato il 5 maggio scorso la rivista Science ha rilanciato la notizia di una ripresa dei processi di fissione all’interno dei resti del reattore numero 4. Si parla nello specifico di fissione autosufficiente: gli scienziati spiegano che all’interno del materiale radioattivo sepolto da 3 decenni, si registra la crescita di neutroni. È il segno di un potenziale rilascio di energia.

L’Istituto per la Sicurezza degli Impianti Nucleari di Kiev spiega, in proposito, che i neutroni sono aumentati molto lentamente, negli anni, e che il fenomeno sia una conseguenza della disidratazione del combustibile nucleare sepolto, dopo la catastrofe, sotto un massiccio strato di cemento e acciaio, ulteriormente rafforzato nel 2016 dopo il rischio di cedimento del primo “sarcofago”.

Il timore degli esperti e della comunità scientifica che monitora la situazione, è che la reazione di fissione possa proseguire esponenzialmente e, allo stato attuale una eventualità remota, rilasciare energia nucleare in maniera incontrollata. I tecnici vogliono capire se i processi in corso siano destinati ad esaurirsi o se invece sia necessario un intervento di messa in sicurezza, molto rischioso, che scongiuri un nuovo, poco probabile ma possibile, incidente.

Neil Hyatt, chimico dei materiali nucleari presso l’Università di Sheffield, ha parlato nell’articolo pubblicato da Science che ha riportato la Centrale del terrore agli onori della cronaca, di “brace che torna ad ardere in un barbecue”, mentre Maxim Saveliev, dell’Istituto ucraino per la sicurezza nucleare, ci tiene a ribadire che il rischio di un incidente effettivamente c’è ma che l’ipotetico nuovo rilascio radioattivo non sarebbe di portata, neanche lontanamente simile, a quello del 1986.

la città fantasma di Prypjat, tristemente ricordata dalle immagini della sua ruota panoramica

L’eventuale nuova esplosione dovrebbe essere contenuta dal “New Safe Confinement”, ovvero il nuovo sarcofago del 2016, costruito per contenere con più efficienza le scorie residue. Il maggiore problema allo stato attuale, secondo gli esperti, potrebbe essere, nell’ipotesi peggiore, lo spargimento di polveri radioattive all’interno della struttura, a complicare il processo di smantellamento della centrale, in atto da tempo. Ma ancora lontano dal vedere una conclusione.

La cupa atmosfera che avvolge la Centrale di Chernobyl e la città fantasma di Prypjat, tristemente ricordata dalle immagini della sua ruota panoramica che appare ferma in un’altra epoca, continua ad aleggiare e a colpire l’opinione pubblica. A ricordare quanto l’azione autodistruttiva dell’uomo possa fare sulla natura.