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INTERVISTA
Paul Connett, chimico e ideatore della strategia “Rifiuti Zero” – La protesta
 

La ricetta è produrre solo ciò che è riutilizzabile

 
 
 

Con questa intervista a Paul Connett, Element+ continua l’esplorazione del nuovo mondo cominciata con l’intervista a Jeremy Rifkin. I due pensatori americani infatti sono legati ...

 
 

 

venerdì 3 dicembre 2021

 

 

Con questa intervista a Paul Connett, Element+ continua l’esplorazione del nuovo mondo cominciata con l’intervista a Jeremy Rifkin. I due pensatori americani infatti sono legati da un filo rosso che li porta a elaborare una ragion critica dello sviluppo economico del 21mo secolo irrispettoso delle leggi della termodinamica e delle esigenze di sopravvivenza della specie umana sul pianeta. Se con Rifkin abbiamo spalancato la finestra sul mondo dell’energia fossile e sulle conseguenze che il suo sfruttamento selvaggio hanno avuto sull’economia globale e sui rapporti umani e sociali, con Paul Connett andiamo a esaminare le conseguenze dello sfruttamento della materia, permesso peraltro proprio dallo strapotere energetico dei fossili. Paul Connett ci spiega come gli attuali modelli di consumo dell’economia lineare (estrazione, trasformazione, smaltimento, nuova estrazione) non possano essere mantenuti, a tempo indefinito, in un pianeta dalle risorse non infinite ma limitate. Allo stesso modo in cui Rifkin ci spiegava nella sua intervista che l’infrastruttura economica basata sull’energia fossile non può essere mantenuta all’infinito in quanto le fonti energetiche su cui è basata stanno alterando la biochimica del pianeta e mettendo a repentaglio la vita come la conosciamo. E soprattutto sono in via di esaurimento mentre quelle rinnovabili, basate sulla radiazione solare, sono infinite. Entrambi i nostri interlocutori sono dunque profeti di un cambiamento che è ormai diventato improcrastinabile, Connett verso una società dei consumi circolare e non più lineare, Rifkin verso un modello energetico sostenibile, democratico, e rispettoso dei principi della termodinamica, dunque verso un’energia “circolare” perchè il sole sorge ogni mattina e non è soggetto a esaurimento, a differenza delle fonti fossili. Ed in questa circolarità dell’energia e della materia, sia Rifkin che Connett ci prendono per mano verso un futuro sostenibile che si spera gli organismi internazionali vogliano prendere in seria considerazione.

Professor Connett, com’é cominciata la strategia Rifiuti Zero?

In realtà il termine “Rifiuti Zero” non l’ho inventato io, però dal 1999 – quando a San Francisco ho partecipato a una conferenza sull’argomento e ho intervistato alcuni personaggi chiave per il film Rifiuti Zero: sogno idealistico o obiettivo realistico? – sono forse la persona che ha percorso più chilometri e che ha trattato l’argomento con il numero più alto di comunità, con cui ormai stiamo facendo un percorso comune. Quindi immagino sia più corretto dire che contribuisco a diffondere e definire la strategia Rifiuti Zero ogni volta che posso farlo. Il film a cui ho accennato, Rifiuti Zero: sogno idealistico o obiettivo realistico? si può vedere anche online.

Molta di quest’attività si è svolta in Italia, dove tutto ha avuto inizio nel 1996, anno in cui sono stato invitato in Toscana per offrire il mio supporto alla lotta contro la proposta di un inceneritore municipale a Pietrasanta, un comune che si trova vicino alla cava dove Michelangelo prendeva il marmo per le sue statue e che è rinomato per la sua comunità di artisti. È stato proprio a Pietrasanta, al primo incontro a cui ho partecipato, che ho conosciuto alcuni membri di “Ambiente e Futuro”, un piccolo gruppo di attivisti tra cui c’era anche Rossano Ercolini, un maestro elementare di Capannori, un comune che si estende sulle colline vicino a Lucca, città famosa per le sue mura.

Sotto la guida di Rossano e di altri attivisti straordinari come Enzo Favoino, il movimento contro l’inceneritore si è evoluto nel movimento Rifiuti Zero. Ho lavorato a stretto contatto con Rossano all’interno di entrambi i progetti, e il mio supporto è proseguito fino al 2020, quando per via della pandemia di Covid ho dovuto interrompere i miei viaggi in Italia. 

Lei è stato spessissimo nel nostro Paese vero?

Ma non solo: le  problematiche legate ai rifiuti mi hanno portato in più di 60 Paesi. L’Italia, insieme a San Francisco e al sud delle Filippine, è diventata un centro vitale per lo sviluppo e la diffusione del progetto Rifiuti Zero, un modello per l’Europa e per il resto del mondo. Dal 1996 al 2019 sono stato in Italia 85 volte e ho parlato in più di trecento comuni, e in alcuni di essi anche diverse volte.

Credo che il mio contributo più importante per Rifiuti Zero sia stato quello di elaborare la strategia in dieci passi. Questi passi, concreti ed economicamente vantaggiosi, permettono a qualsiasi cittadino di contribuire a far muovere la sua comunità verso l’obiettivo Rifiuti Zero. Questo si riflette nel titolo inglese del mio libro, The Zero Waste solution: Untrashing the Planet One Community at a Time (La soluzione Rifiuti Zero: ripulire il pianeta una comunità alla volta)[1]. Ci tengo a precisare che sebbene l’editore abbia indicato me come autore del libro, ho in realtà lavorato con una copiosa squadra di persone. Anzi, dieci tra i più importanti teorici ed esperti nordamericani della strategia Rifiuti Zero (come per esempio Neil Seldman, Dan Knapp, Mary Lou Deventer, Eric Lombardi, Buddy Boyd, Helen Spiegelman, Bill Sheehan, Jeffrey Morris, Gary Liss e Richard Anthony) hanno di fatto contribuito con dei saggi alla terza sezione del libro. Inoltre ci sono anche altri ricercatori provenienti da diversi Paesi che hanno collaborato nell’elaborazione dei casi di studio presenti nella seconda sezione del libro. Tra questi ci sono Cecilia Allen (Argentina), Sonia Dias (Brasile), Froilan Grate (Filippine), Patrizia Lo Sciuto (Sicilia), Joan Marc Simon (Spagna) e Tommaso Soldano (Napoli).

I passi in questione sono illustrati dal seguente diagramma:

Un riepilogo dei dieci passi della strategia Rifiuti Zero in una slide usata nelle presentazioni power point portate da Paul in tutto il mondo


Lei ha sempre messo in risalto l’importanza della leadership delle comunità nella transizione verso Rifiuti Zero. Si può parlare di un movimento “globale”?

Certamente. Vorrei iniziare ricordando il periodo in cui la questione ha iniziato a coinvolgermi intellettualmente. Tutto è cominciato verso la fine degli anni Settanta, quando durante una campagna contro l’energia nucleare ho letto due libri che mi hanno letteralmente cambiato la vita. Si tratta di Rapporto sui limiti dello sviluppo, uno studio condotto da Donella Meadows e altri ricercatori, e di Piccolo è bello, di E.F. Schumacher (tra l’altro in seguito ho anche avuto modo di incontrare gli autori di entrambi i libri). Per me questi testi incarnavano la differenza tra “intelligenza” e “saggezza”, una distinzione che i sistemi educativi di tutto il mondo, e in particolare quelli degli Stati Uniti, faticano a fare. Misuriamo, riconosciamo e premiamo la prima, ma è raro che si trovino dei modi per fare lo stesso con la seconda.

Quando chiedevano a Schumacher (che ci ha lasciati troppo presto) se si trovasse d’accordo con I limiti dello sviluppo, rispondeva che lui era arrivato alla stessa conclusione (ovvero quella che su un pianeta finito non può aversi una crescita infinita) facendo il calcolo sul retro di una busta, ma che le persone credono a cose del genere soltanto se vengono calcolate da un computer! Queste simulazioni al computer avevano mostrato i numerosi limiti di una crescita incontrollata, come per esempio l’esaurimento delle risorse minerarie, del combustibile fossile, della terra coltivabile, dell’acqua potabile, e i danni causati dell’inquinamento. Secondo gli autori una crescita esponenziale non avrebbe fatto che consumare tutte queste risorse, e aggravare i danni già in corso. Non ci sono soluzioni tecnologiche, nemmeno spedire dei razzi su Marte. Senza apportare dei cambiamenti al nostro approccio, e senza smettere di venerare l’idea della crescita, sarebbe stato possibile vivere seguendo gli standard del momento soltanto per cento anni ancora (ed era il 1963).

Uno studio di economia come se la gente contasse qualcosa è il sottotitolo di Piccolo è bello, il libro di Schumacher. È dal suo lavoro che è nata l’ispirazione del “movimento per una tecnologia appropriata”. Una volta Schumacher ha detto “Vi dico come sarebbe una rivoluzione agricola nel terzo mondo: consisterebbe nell’attaccare una punta di acciaio a tutti gli aratri di legno”. In un’altra occasione disse: “Quando mi dicono che sono un pazzo, io li ringrazio e rispondo che è splendido perchè solo i pazzi cambiano le cose”.

Cosa ci insegnano questi due libri?

Mettendo insieme i messaggi di questi due libri, penso che quello che dobbiamo imparare non sia altro che vivere su questo pianeta rispettando i limiti che ci impone la Natura. Come ha detto il biologo E.O. Wilson: “sono le piccole cose che fanno andare avanti il mondo”. A guardarlo in prospettiva, è chiaro come questo messaggio mi abbia ispirato, e come abbia anche caratterizzato il movimento Rifiuti Zero.

Dal punto di vista della mia vita personale direi che il mio primo punto di contatto con questa discussione globale è stato l’inquinamento. Al tempo insegnavo General studies al Paddington Technical College di Londra, e questo mi dava la possibilità di condividere ogni sorta di argomenti (diversi dalle competenze necessarie ai mestieri per cui si studiava lì) con una gamma di studenti che andava da tecnici del gas a tecnici di laboratorio medico.

Come dice John Lennon in una delle sue canzoni (Beautiful Boy) “La vita è quello che succede mentre sei impegnato a fare altri progetti”, e questo mi pare un ottimo modo per riassumere gran parte della mia esistenza. Dopo essermi laureato a Cambridge nel 1962, ho insegnato in una scuola privata per tre anni e nel 1966 sono partito per gli Stati Uniti per iniziare un dottorato di ricerca in Biochimica alla Cornell University. Ho abbandonato il dottorato a causa della mia partecipazione al movimento per la pace in Vietnam, e questo a sua volta mi ha portato a partecipare attivamente a una serie di altre campagne, come quella contro la candidatura di Eugene Mc Carthy alla presidenza degli Stati Uniti, la campagna per il Biafra, quella per il Bangladesh, e alla fine anche la campagna anti nucleare nel 1978. Non mi sarei mai aspettato di tornare nuovamente a insegnare delle materie scientifiche. Il programma di General Studies al Paddington College, dove ho insegnato dal 1972 al 1979 non comprendeva nessun argomento scientifico, ma nel 1978 ho iniziato un Master sull’inquinamento alla Brunel University e questo mi piacque veramente tanto.

Cosa l’ha riportata in America?

Purtroppo, un anno dopo aver iniziato il corso, il fratello di mia moglie ha avuto un brutto incidente, e questo ci ha costretti a rientrare negli Stati Uniti. Così sono tornato a essere uno studente (anche se avevamo già tre figli al tempo), e dal 1979 al 1981 mi sono dedicato a un dottorato di ricerca in Chimica al Dartmouth College nel New Hempshire. Appena ho concluso il dottorato ho iniziato a insegnare Chimica alla St. Lawrence University, e sono rimasto lì dal 1983 fino al mio pensionamento (2006).

Insegnavo all’università solo da due anni quando, nel 1985, alcune autorità locali hanno proposto la costruzione di un inceneritore municipale nella nostra zona. Io e mia moglie ci siamo mobilitati per opporci a questo progetto, e alla fine è nato il gruppo Work on Waste USA, e abbiamo aiutato molte comunità nordamericane a fermare la costruzione di almeno trecento inceneritori.

Così ho sviluppato un approccio sistemico alla strategia Rifiuti Zero e alla sua relazione con i problemi globali, una relazione che mi si è rivelata per la prima volta grazie alla lettura del Rapporto sui limiti della crescita.

Può spiegare meglio gli aspetti globali della strategia Rifiuti Zero?

Se impariamo a sfruttarla in modo efficiente, l’energia che ci fornisce il sole è pressoché infinita, ma un rifornimento infinito di risorse materiali non esiste: queste dobbiamo imparare a gestirle al modo della natura. La natura non crea rifiuti, i rifiuti sono un’invenzione umana, e quello che dobbiamo escogitare è un modo per eliminarli dal nostro sistema. Noi, le comunità, dobbiamo rivolgerci all’industria dicendo che se qualcosa non può essere riutilizzato, riciclato o compostato, allora non dovrebbe nemmeno essere prodotto. Siamo nel XXI secolo ed è decisamente tempo di esigere un design industriale migliore.

In pratica si tratta della quarta R da lei introdotta?

La maggior parte delle persone ha sentito parlare delle tre R, ovvero Riduzione, Riuso e Riciclo (compostaggio incluso). La quarta R è quella della Riprogettazione (Re-design).  Alcuni dei leader mondiali più illuminati, specialmente in Europa, stanno iniziando a tenerla in considerazione mentre propongono la sostituzione di un’economia lineare con un’economia circolare.

Fa veramente riflettere sapere che se tutti consumassero quanto consuma un cittadino americano medio ci servirebbero almeno cinque pianeti, ma fa riflettere ancora di più osservare come il resto del mondo (India e Cina incluse) non faccia che imitare i nostri modelli di consumo. Sembra che la maggior parte del mondo stia seguendo la filosofia americana (particolarmente evidente nella forma dello spot pubblicitario) secondo la quale “più consumi più sei felice”. La realtà è invece ben diversa, infatti “più consumi, più diventi grasso e più rifiuti produci”.

Per farla breve, viviamo su questo pianeta come se ne avessimo un altro su cui andare, e questo si riassume benissimo nell’immagine usata per la copertina dell’edizione inglese del libro di George Ritzer, La mcdonaldizzazione del mondo nella società digitale (vedi figura 2).

Un’altra slide usata in molte delle presentazioni Power Point di Paul Connettt (l’immagine sulla copertina dell’edizione americana di La Mcdonaldizzazione del mondo nella società digitale).

Chiaramente non si può più andare avanti così, serve un cambiamento…

A mio avviso il punto di partenza migliore per questo cambiamento sono i rifiuti. Tutti noi produciamo rifiuti ogni giorno, e tutte le volte che lo facciamo alimentiamo uno stile di vita che su questo pianeta è insostenibile: con una buona guida politica – specialmente a livello locale – possiamo invece passare a uno stile di vita sostenibile. Il passaggio da un’economia lineare a una circolare è qualcosa a cui tutti noi possiamo concretamente prendere parte. 

In che modo la strategia Rifiuti Zero può aiutarci a superare l’economia lineare e a muoverci verso un’economia circolare?

L’economia lineare (figura sotto), parte con la rivoluzione industriale in cui gli esseri umani in circa trecento anni hanno rimpiazzato il modo circolare in cui la natura ricicla i materiali con il sistema a senso unico dell’economia lineare, che comporta l’estrazione, la produzione e il consumo di risorse limitate per poi trasformarle in rifiuti… e ci sono addirittura delle persone che guardano all’aumento della velocità con cui riusciamo a fare tutto questo e lo chiamano “progresso”.

Rappresentazione grafica delle quattro fasi della economia lineare

A molti cittadini non piace il modo in cui viene gestita la fase finale, quella dei rifiuti

Molti cittadini (me incluso) hanno iniziato a interessarsi e a mettere in discussione questo sistema lineare perché in effetti non gli piace il modo con cui finora è stata gestita la fase dei rifiuti. Alla gente non piace vivere vicino alle discariche o agli inceneritori. All’inizio quelli che si opponevano a queste strutture venivano derisi come se fossero dei Nimby egoisti, e questo nonostante la nostra opposizione si fondasse su un’analisi razionale dei rischi pubblici e ambientali a cui si andava incontro. Nell’ultima parte del XX secolo l’opposizione delle comunità si concentrava sulla tossicità del percolato prodotto dalle discariche, sulle emissioni atmosferiche degli inceneritori (metalli tossici, diossine e furani e altri prodotti di combustione incompleta) e sulle relative discariche di ceneri tossiche.

Due questioni emerse con forza nel corso del secolo scorso?

Certo. Innanzitutto è nata la consapevolezza che il sistema dell’incenerimento, rimane comunque un sistema insensato anche al netto dei suoi problemi di sicurezza. Ogni volta che si brucia qualcosa si deve tornare alla prima fase dell’economia lineare, estrarre delle nuove materie prime e ricominciare di nuovo tutto il processo, e lo stesso può dirsi anche delle discariche. È chiaro che né le discariche né gli inceneritori possono condurci verso un’economia circolare, anzi, entrambi non fanno che perpetuare l’economia lineare. Questi metodi rappresentano il perpetuarsi dell’ordinaria amministrazione in un momento in cui, di fronte all’emergenza di un pianeta che sta esaurendo le sue risorse, non possiamo di certo permetterci di proseguire secondo l’ordinaria amministrazione.

Questa figura illustra come le nanoparticelle emesse dagli inceneritori (e le sostanze tossiche che trasportano) costituiscano una grande minaccia per la salute umana. 

La seconda parte dell’intervista verrà pubblicata venerdì prossimo su Element+ 

Prefazione e supervisione da parte di Angelo Consoli – CETRI-TIRES                 


[1] Il libro, uscito per Chelsea Green nel 2013, è stato pubblicato in italiano con il titolo Rifiuti Zero, una rivoluzione in corso (Dissensi Edizioni, 2012).

Il passaggio da un’economia lineare a una circolare è qualcosa a cui tutti noi possiamo concretamente prendere parte