GMO,profesional in uniform goggles,mask and gloves examining corn cob on field
 

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AMBIENTE E ENERGIA
La rivoluzione verde ma poco sostenibile
 

Un cambiamento radicale nel settore agricolo

 
 
 

Il termine “Rivoluzione Verde” indica il processo di cambiamento radicale nel settore della produzione agricola nato, attorno al 1940, a seguito di un progetto messicano ...

 
 

 

lunedì 10 maggio 2021

 

 

Il termine “Rivoluzione Verde” indica il processo di cambiamento radicale nel settore della produzione agricola nato, attorno al 1940, a seguito di un progetto messicano sostenuto dalla Rockefeller Foundation e curato dal genetista americano Norman Borlaug. Spesso si scambia per una rivoluzione “ecologica”, ma in realtà è l’inizio della produzione agricola intensiva che ha dato la possibilità a Paesi come per esempio al Messico di passare, in soli venti anni, dallo stato di importatore a quello di esportatore di grano. Il tutto è stato possibile grazie all’applicazione dell’ingegneria genetica che, creando degli ibridi dall’incrocio di tipi di frumento a bassa resa con altri ad alta resa e degli altri capaci di dare dei raccolti in tempi ristretti, e dando priorità alla diffusione di piante maggiormente resistenti a situazioni climatiche critiche ha segnato la nascita della produzione agricola di massa geneticamente modificata. A beneficiare maggiormente di queste tecniche, in primis sono stati i Paesi in via di sviluppo come ad esempio l’India e le Filippine che in pochi anni hanno quintuplicato la produzione di riso e cereali risolvendo così il problema della denutrizione, che per secoli aveva angustiato queste zone. Inoltre una coltivazione con sementi OGM necessita di spazi ridotti rispetto a quelli richiesti da una piantagione con sementi originarie. Oltre ai lati positivi della Rivoluzione Verde vi sono anche quelli negativi, quali:

  • La drastica riduzione della biodiversità della flora. Un esempio toccante è il censimento del 1903 di 3879 tipi di ortaggi diventati 307 nel 1983.
  • L’inquinamento e il deterioramento del suolo provocato dall’uso intensivo di fertilizzanti chimici e dall’uso di prodotti fitosanitari che fungono da diserbanti.
  • “La finta alta resa delle piante” che comporta una maggiore crescita delle parti della pianta più utili alle esigenze industriali a discapito di altre, che in natura sono ugualmente importanti. Un esempio è la pianta di granoturco, quella modificata geneticamente concentra le proprie energie per far crescere pannocchie più grandi e resistenti ma con poche foglie e piccoli gambi, mentre una pianta originaria dirama le proprie energie su tutte le sue parti ugualmente utili in natura. Infatti foglie e gambi sono un’importante biomassa che quasi si dimezza nella coltivazione OGM.
  • La necessità di combustibili fossili per la coltivazione meccanizzata dovuta alla diffusione di piante ibride che si adattano solo a questo tipo di coltivazione.
  • La dipendenza dei contadini dalle multinazionali che producono sementi OGM.
  • Le difficoltà della bioagricoltura nel dover competere con la produzione agricola di massa. 

Inoltre, si aggiunge alle conseguenze sopraelencate l’ipotesi che il consumo di prodotti OGM possa essere dannoso per la salute dell’uomo ma su quest’ultimo punto ci sono pareri discordanti e tantissimo da scrivere. Al momento possiamo sostenere che la Rivoluzione Verde di “green”, inteso come ecologico, ha ben poco e che dopo quasi un secolo dalla sua nascita stiamo assistendo, soprattutto da parte di tanti giovani, alla voglia di ritornare ad una coltivazione più naturale, più vicina all’uomo, che sicuramente darà un’esigua quantità di prodotti agricoli, non sempre esteticamente perfetti ma caratterizzati da un sapore ben più piacevole per il nostro palato.

Al momento possiamo sostenere che la Rivoluzione Verde di “green” ha ben poco