Fulco Pratesi
 

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INTERVISTA
Fulco Pratesi, fondatore e Presidente onorario WWF
 

L'ambientalismo come stile di vita

 
 
 

Fulco Pratesi, nel 1966 fonda il WWF, di cui oggi è Presidente onorario. Cos’era a quel tempo l’ambientalismo e come è cambiato oggi. Nel 1966, quando ...

 
 

 

venerdì 18 giugno 2021

 

 

Fulco Pratesi, nel 1966 fonda il WWF, di cui oggi è Presidente onorario. Cos’era a quel tempo l’ambientalismo e come è cambiato oggi.

Nel 1966, quando fondai il WWF, l’ambientalismo in Italia muoveva i primi passi soprattutto in direzione della lotta ai grandi problemi dell’inquinamento ambientale che ebbe il suo culmine nel disastro ecologico della petroliera Torrey Canyon del 1967. Il libro più preoccupante e profetico era allora “Primavera silenziosa” di Rachel Carson, pubblicato nel 1962, che denunciava gli effetti devastanti dei pesticidi in agricoltura. La conoscenza e la sensibilità nei confronti della biodiversità erano in quegli anni del tutto marginali, dato che l’insegnamento scolastico delle scienze naturali era stato abolito dalla Riforma Gentile del 1924 e riammesso solo nel 1955. Allora, nel campo cosiddetto ambientalista, operavano il Gruppo Verde di Italia Nostra nato nel 1961 (dal quale nel 1966 nacque il WWF) e la Lega Nazionale Contro la Distruzione degli Uccelli (poi divenuta LIPU) nel 1965. In seguito vennero fondate a livello nazionale La Lega per l’Ambiente (1980) e Greenpeace Italia (1986), tutte dedicata alla tutela dell’ambiente in generale, con azioni più che altro di sensibilizzazione e di denuncia. Nel campo più spiccatamente naturalistico –  gestito per la prima volta con realizzazioni concrete di aree protette come le Oasi di Protezione – operò  il WWF che divenne l’ associazione ambientalista più diffusa e importante grazie alle sue iniziative in difesa di ambienti naturali  come coste e paludi e specie in pericolo come il cervo sardo, il lupo italico e l’orso marsicano, oltre al sostegno e la promozione dei parchi nazionali, che negli anni 60 contavano solo quattro istituzioni (Abruzzo, Gran Paradiso, Circeo e Stelvio) e coprivano poco più dello 06% del territorio nazionale. Negli anni successivi le cose sono molto cambiate, con la nascita di movimenti politici con netta impronta ambientalista – come la Federazione dei Verdi –  la creazione di un ministero dell’Ecologia nel 1983, poi divenuto dell’Ambiente e oggi assorbito da quello della Transizione Ecologica. I parchi Nazionali (oggi divenuti più di 24) e le altre aree protette sono arrivati a coprire più del 10% del territorio e del 20 % se si contano le Aree marine protette.

Come lei stesso ha dichiarato in passato, alcuni piccoli gesti quotidiani potrebbero, se adottati da tutti, avere un impatto positivo sull’ambiente. Li definì degli “atti politici”. In che senso? Potrebbe farci qualche esempio?

Il comportamento personale di ciascuno di noi dovrebbe essere misurato come se esso fosse quello dei quasi 8 miliardi di esseri umani che gravano sul nostro ormai sovraffollato e pericolante Pianeta. Ad esempio, il consumo di acqua di noi italiani (i maggiori consumatori in Europa e i secondi del mondo) dovrebbe essere sottoposto al paragone con quello di altri popoli meno fortunati. Quando riempio il lavandino per farmi la barba, mi viene sempre l’immagine di un bambino palestinese che la stessa quantità deve bastargli per tutti gli usi quotidiani di tutta la giornata. Così i consumi eccessivi di carne proveniente dagli allevamenti industriali o di derrate coltivate in luoghi lontanissimi o con tecniche energivore fuori stagione, per non pensare ai consumi compulsivi di abbigliamenti o accessori solo in nome di una moda in continuo frenetico cambiamento. Oppure, negli spostamenti, preferire l’uso virtuoso delle biciclette e dei piedi per i tragitti brevi, o del treno per quelli lunghi. E nelle comunicazioni personali limitarsi nei cambi continui di accessori alla ricerca degli ultimi modelli, sovraccaricando le discariche di materiali pregiati poi recuperati dai disperati dei paesi poveri, già saccheggiati dalle loro materie prime, necessarie per i consumi energetici eccessivi di quelli ricchi.

Lei che ha fatto della questione ambientale il fil rouge della sua esistenza, come vede i nuovi movimenti green giovanili, penso a Greta ma anche ai numerosi green influencer oggi in voga. Riusciranno a imporre un nuovo modello di consumo e di vita, spazzando via le resistenze che ancora oggi ci tengono legati ad abitudini comode ma errate?

Penso, senza alcun dubbio, che la spinta a nuovi stili di vita più rispettosi di un Pianeta – del quale oramai il 75% è stato invaso e contaminato dalla specie egemone di Homo sapiens –  sia la benvenuta. Lo stimolo esercitato dai giovani per abbassare i danni che la sua invasiva presenza (che in soli 50 anni ha raddoppiato il numero), riducendo del 75% quelle degli altri componenti della Biodiversità (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, pesci, e altri organismi viventi comprese le piante e altri organismi condannati a convivere con noi – potrebbe (anche se ho purtroppo molti dubbi) avviare un percorso  più sostenibile e virtuoso.

Già nel 1973 con il WWF si schierò contro le centrali atomiche. Cosa pensa dell’ipotesi di stanziamento dei rifiuti radioattivi in vari luoghi della tuscia viterbese? Quale alternativa vedrebbe a questa ipotesi?

Come primo avversario –  già nel 1973 col libro “Energia nucleare. La morte pulita” pubblicato dal WWF Italia, di questa pericolosissima fonte energetica –  mi sento ancor oggi, confortato nelle mie posizioni dai due referendum abrogativi e dalle catastrofi nucleari di Cernobyil e Fukushima. Alla pericolosità, purtroppo tragicamente verificata dai grandi e minori incidenti a centrali atomiche in varie parti del mondo, si aggiunge il problema derivante dal trattamento dei rifiuti nucleari che vanno dallo smaltimento delle centrali in disuso a quelli accumulati negli anni da tutti gli usi, anche sanitari, legati all’impiego della scissione dell’atomo. Detto questo, l’idea di situare in vari luoghi della Tuscia viterbese degli impianti di raccolta di questi pericolosi rifiuti la considero assolutamente inaccettabile, anche per le valenze ecologiche, storiche e paesistiche (oltre che di salute pubblica) di questa e di altre possibili aree. 

Una battaglia vinta di cui va fiero e un rimpianto per qualcosa in cui avrebbe dovuto credere di più

Forse la battaglia di cui personalmente sono più orgoglioso, è quella vinta nel 1985 per l’acquisto di oltre 3000 ettari nel sud ovest della Sardegna dove erano rifugiati gli ultimi non più di 100 esemplari di cervo sardo, allora già estinto in Corsica. Alla somma occorrente per l’acquisto, circa un miliardo di lire, della quale avevamo intrepidamente già versato gli ultimi cento milioni di caparra del nostro esiguo capitale con l’impegno di versare il resto entro sei mesi, concorsero migliaia e migliaia di donatori di tutta Italia. La cosa che ci meravigliò principalmente fu che un quarto della somma raccolta (250 milioni) pervenne dai bambini soci dei Panda Club che avevano venduto dei francobolli chiudilettera. Il rimpianto maggiore è quello di non aver potuto portare avanti con successo l’azione, da anni perseguita dal WWF e dalla Lipu, di abrogare un articolo del Codice civile che, unico al mondo, consente ai soli cacciatori di entrare nelle proprietà private per esercitare la loro attività, vantaggio negato a tutti gli altri, compresi i pescatori, i fotografi, i pittori paesaggistici, gli escursionisti, eccetera. Purtroppo le pressioni dei cacciatori e delle industrie a loro legati hanno impedito che questo diritto civile venisse reintegrato nonostante tutto l’impegno da noi messo in atto.