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INTERVISTA
Paul Connett, chimico e ideatore della strategia “Rifiuti Zero” – Le proposte
 

Il piano per superare l'attuale concetto di discarica

 
 
 

Ma è davvero possibile arrivare a un mondo senza rifiuti? Sempre più attivisti e politici si sono resi conto che bisogna smettere di chiedersi in ...

 
 

 

venerdì 10 dicembre 2021

 

 

Ma è davvero possibile arrivare a un mondo senza rifiuti?

Sempre più attivisti e politici si sono resi conto che bisogna smettere di chiedersi in che modo liberarsi dei rifiuti e incominciare piuttosto a chiedersi come si possa eliminare la produzione di rifiuti. Gli imperativi sono molto chiari:

  • bisogna abbassare il più possibile la produzione di rifiuti, anche arrivando a “zero rifiuti”;
  • bisogna eliminare la parola “rifiuti” dal dizionario;
  • bisogna parlare di “gestione delle risorse” non di “gestione dei rifiuti”;
  • bisogna spostare l’attenzione dalla fase finale (smaltimento dei rifiuti e degli scarti) a quella

iniziale del problema (l’utilizzo del materiale e il design del prodotto);

  • bisogna progettare i prodotti e scegliere i materiali con cui produrli in modo che possano essere condivisi con il futuro, facilmente riparabili, riutilizzabili, riciclabili o compostabili.

I prodotti nati da un migliore design, se ben riusciti, quando arrivano alla fine della loro prima “vita” sono pronti per andare ad alimentare i primi cinque passi della strategia Rifiuti Zero:

  1. Separazione alla sorgente;
  2. Raccolta porta a porta;
  3. Compostaggio;
  4. Riciclo;
  5. Riuso e riparazione.

Se non riescono ad attraversare con successo queste prime cinque fasi, significa che bisogna implementare la fase di ricerca in modo da individuare gli errori nel design, e questa è la fase numero 6, quella che prevede il Centro di Ricerca Rifiuti Zero.

Questa ricerca combinerà la spinta verso un design migliore (step 6 della strategia in dieci passi), con l’individuazione dei modi in cui le autorità politiche possano vietare oppure tassare imballaggi e prodotti mal progettati (step 7). A questo punto si potranno ulteriormente educare i cittadini sul problema del materiale residuo, e qui entra in gioco il PAYT, l’incentivo economico (step 8).

Ci spiega meglio il PAYT?

PAYT sta per Pay-As-You-Throw (paghi in base a quello che getti). Si tratta di un incentivo economico efficace che penalizza la frazione indifferenziata: più se ne produce più si paga, meno se ne produce e più si risparmia. In alcune città italiane questo ha ridotto l’indifferenziata del 15%. Il più semplice di questi sistemi PAYT è probabilmente quello introdotto a Seattle, dove verso la fine degli anni Ottanta si è avviato un servizio di riciclo porta a porta: ogni abitazione è stata fornita di contenitori per la frazione indifferenziata, e ognuno era libero di scegliere la grandezza del contenitore in questione (piccolo, medio o grande). Un meccanismo semplice: più il contenitore scelto era grande, più la bolletta dei rifiuti diventava costosa!

Non ci sarà comunque bisogno di discariche?

Per i primi anni ci sarà ancora bisogno di avere una discarica a disposizione, per via dei possibili insuccessi nel design, nell’organizzazione locale e nella cooperazione dei cittadini. Saranno comunque delle discariche diverse: bisogna mettere in discussione l’attuale approccio ingegneristico in cui si controlla ciò che esce da una discarica piuttosto che ciò che vi entra. Questo tipo di approccio è destinato al fallimento perché, prima o poi, tutte le discariche hanno delle fuoriuscite. Nella discarica Rifiuti Zero (una discarica di transizione) quello che si controlla è ciò che entra, e lo si fa con degli appositi impianti di separazione edificati proprio di fronte alla discarica (passo 9). In Nuova Scozia per esempio questa è già una realtà, e tutti i residui vengono separati e sottoposti a cernita, gli oggetti più ingombranti vengono recuperati, gli elementi tossici rimossi, e la frazione organica sporca viene stabilizzata fuori terra attraverso una seconda fase di compostaggio o un processo di digestione anaerobica. Il materiale biologicamente stabilizzato che ne deriva può essere utilizzato per la copertura della discarica oppure per bonificare le aree contaminate.

Nella figura sotto si vede in che modo il gruppo britannico WRAP si figura i cambiamenti necessari per passare da un’economia lineare a una circolare.

Fig. 5 Il diagramma illustra i due cambiamenti chiave necessari per passare da un’economia lineare a una circolare (le frecce rosse sono state aggiunte da Pul Connettt)

Quali sono le comunità che hanno seguito strategie “Rifiuti Zero” e a che punto sono?

Ci sono esperienze di grande successo in tre continenti diversi: in Italia, per quanto riguarda l’Europa, a San Francisco per l’America e nelle Filippine per l’Asia. In Italia, ad oggi, Zero Waste Italy ha reclutato 320 municipi per una popolazione totale di sette milioni di persone. E insieme a queste comunità pioniere ce ne sono molte altre che, secondo le cifre fornitemi da Enzo Favoino, hanno raggiunto dei ragguardevoli tassi di differenziazione (i dati sono aggiornati al 2018 ma pare che quelli del 2019 siano notevolmente migliorati). Queste cifre a esempio, indicano che su 108 province ce n’erano 40 con un tasso di separazione alla sorgente che superava il 65%, e tra queste ce n’erano 4 che raggiungevano una media dell’80%. In testa a tutte era la provincia di Treviso (con oltre un milione di abitanti) arrivata a un tasso dell’88%. Su 20 regioni inoltre, 10 avevano una media superiore al 60%, e 6 di queste, superavano il 70%. La regione Veneto, con una popolazione di cinque milioni di persone, ha raggiunto il punteggio migliore, con una media del 78%, seguita dalla Lombardia (una popolazione di dieci milioni di persone) che arrivava al 72%. Su 8000 comuni ce n’erano 3.298 con un tasso di separazione superiore al 70%, 1.168 con un tasso superiore all’80% e 122 erano al di sopra del 90%.

Vogliamo soffermarci un po’ su come sono stati ottenuti questi dati?

Il metodo di Favoino mostra l’impatto che questi programmi hanno sulla frazione indifferenziata servendosi di un sistema di misurazione che divide la frazione indifferenziata totale generata dal comune, per il numero di abitanti in modo da ottenere i kg pro – capite all’anno. Stando a questo sistema di misurazione, 2.409 municipi hanno generato meno di 100 kg di indifferenziata annua pro – capite, 352 comuni sono rimasti sotto i 50 kg, e 39 sotto i 30 kg. Mentre per quanto riguarda le città modello “Rifiuti Zero”, Capannori è quella che ha dato il primo esempio dichiarando per prima il programma Rifiuti Zero (2006). Capannori è anche stata la prima a dar vita a un centro di ricerca Rifiuti Zero (2010), e la prima a creare dei centri di Riuso e Riparazione gestiti dalla comunità, mostrando che questi possono creare molti posti di lavoro e sostenersi autonomamente. Adesso nella zona Capannori-Lucca i centri per il riuso sono quattro. Prima di concludere il discorso sull’esperienza europea aggiungerò un altro esempio interessante. La parte fiamminga del Belgio, dopo aver imposto una moratoria sui nuovi inceneritori alla fine degli anni Ottanta, ha promosso diversi programmi per ridurre notevolmente la produzione di rifiuti attraverso una serie di incentivi statali. Direi che a livello regionale questo è probabilmente il miglior esempio di un governo che porta avanti una gestione sostenibile dei rifiuti. Il risultato è che questa regione, in cui vivono più di sei milioni di persone, ha raggiunto dei tassi di differenziazione del 75% , mentre il restante 25% va agli inceneritori preesistenti. Ho il sospetto che senza la presenza di questi inceneritori il tasso di diversione sarebbe ben più alto, e credo che la Germania, l’Olanda, la Svezia e la Svizzera abbiano lo stesso tipo di impedimento nel loro percorso verso Rifiuti Zero: pur promuovendo il riciclo,  hanno comunque bisogno di alimentare quei mostri per la cui costruzione hanno speso moltissimo denaro che devono dunque ammortizzare. Questo discorso vale in modo particolare per la Danimarca, che brucia la quantità più alta di rifiuti d’Europa (e poi manda le ceneri in Norvegia!).

È importante sottolineare infine che i tassi di separazione non tengono in considerazione il materiale rifiutato agli impianti di riciclaggio e compostaggio, e quindi i tassi di differenziazione reali sono circa il 10% in meno rispetto alle cifre fornite sotto.

E per quello che riguarda gli USA?

L’esperienza principale è quella di San Francisco, una città non troppo grande, dove abitano 850.000 persone, che nel 2011 ha raggiunto un tasso di differenziata dell’80%. Da allora il tasso di differenziata si è stabilizzato, fondamentalmente perché le misure prese dall’industria per migliorare il design non sono rimaste al passo con le iniziative municipali. A livello economico è interessante osservare che Recology, l’azienda che ha il contratto di ritiro per il sistema a tre contenitori per i materiali che vengono separati alla fonte, compostabile, riciclabile e residuo (vedi figura 6), possiede le strutture di riciclo e quelle di compostaggio, ma non la discarica.

In altre parole lei sta dicendo che Recology non trae nessun guadagno dai rifiuti…

Esatto! Almeno non da quelli che vanno alla discarica, di cui è invece proprietaria la concorrenza. Per questo motivo può a buon diritto dichiararsi un’azienda che si occupa di risorse piuttosto che di rifiuti. Per di più l’azienda appartiene ai lavoratori, quindi a San Francisco ci sono letteralmente migliaia di persone il cui personale interesse finanziario coincide difatti con il successo di Rifiuti Zero.

Fig. 6 Il sistema di raccolta a tre contenitori usato a San Francisco

Veniamo adesso all’esperienza nelle Filippine

Nelle Filippine, GAIA, la Global Alliance for Incineration Alternatives (Alleanza Globale per le Alternative all’Inceneritore) e la Mother Earth Foundation (Fondazione Madre Terra) hanno avviato con successo dei programmi Rifiuti Zero a livello dei Barangay. Un Barangay è la più piccola unità politica delle Filippine, e a Manila ce ne sono letteralmente centinaia.

Fig. 7 Foto di una strada in un Barangay a Manila prima e dopo l’introduzione di un programma Rifiuti Zero.

La Mother Earth Foundation, guidata da Froilan Grate, è stata in grado di dimostrare come in un Barangay di Manila fosse possibile mettere in atto la separazione alla sorgente, la raccolta porta a porta (per la quale sono stati impiegati degli ex raccoglitori di rifiuti), riciclaggio e compostaggio (vedi figure 7 e 8). Per questo progetto è stata fondamentale la costruzione e la gestione di diversi MRF a bassa tecnologia (Material Recycling Facility – impianti per il riciclo dei materiali) dove i materiali riciclabili venivano selezionati e immagazzinati per essere poi venduti per il riciclo tradizionale. In alcuni MRF ci si occupava anche di compostaggio e di coltivazione. Poi la Mother Earth Foundation ha portato questo metodo su grande scala in modo da estenderlo anche alla più grande città di San Fernando.

Fig. 8 Una foto di una delle colonne portanti del movimento Rifiuti Zero nelle Filippine, un MRF a bassa tecnologia in cui ci si occupa sia del riciclaggio che del compostaggio, e dove lavorano ex raccoglitori di rifiuti.

San Fernando è il capoluogo della provincia di Pampanga, una città con una popolazione di 350.000 abitanti che durante il giorno raggiunge il milione. Nel 2012, sei mesi dopo aver adottato la strategia Rifiuti Zero, vi si è raggiunto un tasso di diversione del 55% e sono nati dei nuovi posti di lavoro per gli ex raccoglitori di rifiuti. Adesso si è raggiunta una diversione dell’80% (la più alta rispetto alle altre città del Paese). Nel corso del processo sono stati costruiti 180 MRF, uno per ciascun Barangay, scuola e rione. Questo ha anche fatto nascere più di cento green jobs per gli ex raccoglitori di rifiuti che adesso sono organizzati in un’associazione il cui presidente fa anche parte della Commissione cittadina per la gestione dei rifiuti solidi. II risparmio economico è stato enorme. Nel 2012 la gestione dei rifiuti è costata alla città 1,4 milioni di dollari, prima del 2014 questi costi sono scesi a 300.000 dollari. In qualsiasi modo lo si misuri, quello di San Fernando è un vero e proprio successo.

Fig. 9 Il successo di Zero Waste nella città di San Fernando (slide di Froilan Grate)

Lei ha sempre evidenziato il fatto che Rifiuti Zero sia un movimento dal basso, ma ci sono dei modi in cui il governo centrale può aiutare gli sforzi della comunità locale?

Sì, certo. Serve che i governi nazionali usino il loro potere di tassazione per scoraggiare lo smaltimento della frazione residua (discariche e inceneritori) e per premiare invece il recupero dei materiali (riuso, riciclaggio e riparazione). Si spera che i governi non facciano lo stesso errore del Regno Unito, dove si tassano le discariche ma non si penalizza in alcun modo l’incenerimento. Dal mio punto di vista il modo più sensato di portare avanti tutto questo sarebbe quello di un sistema fiscale neutro in cui le sanzioni per il residuo vanno dalle comunità al governo centrale, e per ogni tonnellata di materiale che viene riutilizzata, riciclata o compostata, la stessa quantità di denaro affluisce dal governo centrale fino a tutte le comunità. Punire i cattivi e premiare i buoni.       

Mi piacerebbe anche che i governi stanziassero dei fondi per avviare dei centri di riuso e riparazione nelle comunità. Questi ci mettono poco a diventare autosufficienti e a pagare i dividendi in diversi modi, dalla creazione di nuovi posti di lavoro e di nuovi percorsi di formazione, di incentivazione alle piccole imprese, dell’educazione e dello sviluppo complessivo della comunità.

I governi possono anche giocare un ruolo importante nella creazione di centri di ricerca Rifiuti Zero e nel far convogliare i risultati dell’impegno locale nell’impegno di una ricerca nazionale. Questi fondi si potrebbero ricavare dai finanziamenti per l’educazione superiore, è bene infatti che in quest’ambito ci si impegni nell’educazione degli studenti sui cambiamenti necessari per la transizione da un’economia lineare a una circolare. Mi piacerebbe se questi centri di ricerca si sviluppassero all’interno della comunità (e non dell’università), che fossero parte integrante dei centri comunitari di riuso e riparazione, perché serve che i nostri professori e i loro studenti lavorino con e per la comunità. Non credo ci debba essere un dipartimento accademico specifico in testa a questa ricerca, credo che debbano essere tutti ugualmente coinvolti. A tutte le discipline spetterebbe il compito di trovare i collegamenti tra il loro campo, l’economia circolare e la sostenibilità. È importante che tutti noi prendiamo parte a questo movimento. Credo che il continente che abbia iniziato a individuare meglio i passi necessari per dirigersi verso un’economia circolare sia proprio l’Europa. Le nostre speranze hanno iniziato a crescere quando Zero Waste Europe si è accorta del fatto che un rapporto del 2014 – stilato dalla Commissione Europea per il Parlamento Europeo, e intitolato “Verso un’economia circolare: un programma a Rifiuti Zero per l’Europa” – usava l’espressione “Rifiuti Zero” nel titolo, ma nel corpo del testo non affrontava minimamente la questione di cosa fosse un programma Rifiuti Zero. Ad ogni modo, in seguito il Commissario Europeo Vella ha invece fatto riferimento a diverse città italiane (come per esempio Parma, Treviso e Capannori) come a degli esempi concreti della transizione che serve a livello locale per dirigersi verso un’economia circolare.

La terza e ultima parte dell’intervista verrà pubblicata venerdì prossimo su Element+  

Prefazione e supervisione da parte di Angelo Consoli – CETRI-TIRES  

Capannori, in Italia, è stata la prima a dar vita a un centro di ricerca Rifiuti Zero e la prima a creare dei centri di Riuso e Riparazione gestiti dalla comunità